Molto tempo fa, ho ricevuto in dono un libro. L’autrice del testo è Luisa Carrada ed il libro è “mestiere di scrivere”. Confesso che fa parte di una serie di libri che per alcune ragioni del tutto particolari non ho guardato per un po’. Ci sono libri che si amano, altri che si prestano per sempre, altri che si perdono, altri invece che non si capisce dove siano finiti. Altri ancora, come questo, che si sa bene dove sono riposti. Libri a cui si dedica l’attenzione non degli occhi, oppure delle dita, ma solo quelle della mente. Ogni tanto quasi fosse per un contrappunto dello spirtito si presenta sotto forma armonica il richiamo delle parole del libro e, con esse la sua storia. Al mattino il lettore a questo punto si domanderà, ma che cosa centra tutto questo discorso? Cosa ci vuole dire questo quà? C’entra eccome invece. Non foss’altro che le parole di quel libro e le sensazioni che richiama un saggio di scrittura, sono avvolte dentro ad un foglio di carta con cui un mercante può avere avvolto il frutto del proprio orto. Orto veneziano, appunto. Ortaggi che sono parole. Sensazioni che culminano il proprio viaggio sorpassando il traguardo per farmi ripensare a tutte le volte che avrei dovuto mettere in pratica gli insegnamenti e non l’ho fatto. Insegnamenti dello scrivere e dell’agire.Ma andiamo con ordine. Mi ritrovo a seguire ormai gli ultimi sprazzi del corso alla scuola Dino Buzzati. Il luogo è immerso in una silenziosa sala che costeggia un canale pigro appena adiacente ad una calle immobile ed al ponte di pietra bianca. Siamo avvolti da pareti di una boiserie chiara che aiuta il contrappunto. Dirti ora che sono incuriosito dalla parole del vecchio giornalista che parla a tutti, ma è come se lo facesse solo con te, mi fa sorridere interiormente. Prendo appunti, scrivo a mano ed osservo distrattamente le dita ingioiellate della mia compagna che mi sta a fianco. Un personaggio singolare questa giallista, inviato speciale. Dita da cinquantenne, fisico da venticinquenne, viso da trentenne. Il mio cinismo spazia vitale mentre ascolto e scrivo. Mi rimangono impresse atmosfere e frasi che riporto ora, qui, sul Moleskine. Sono messe quasi alla rinfusa, perchè mi servano visto che le studio.
Non più di una ventina di parole tra due punti. Verbi al posto di parole e, come tempo, il presente. Tempo e attenzione sono risorse scarse per la redazione. E’ l’immagine che si da che conta. Il portavoce non è il ventriloquo.
Il racall è essenziale.
L’ufficio stampa non lavora solo sui comunicati, ma sulla comunicazione complessiva. Telefono,centralino, segnaletica, arredo, cosa attacco alle pareti.
I comunicati stampa vanno spediti prima delle riunioni di redazione, quindi prima delle 11 e prima delle 15. E’ meglio un comunicato stampa fatto bene che una conferenza stampa. In redazione arrivano una valanga di email. Il comunicato va spedito alla segreteria e alla persona, quindi 2 soggetti, non 5 o 6. Ridurre all’essenziale. La mail deve essere di due righe. Spesso i giornalisti leggono su smartphone. Non possono leggere un romanzo. La sostanza è forma. Ci si firma con l’iniziale. Minuscola. L’allegato deve essere in word o formato testo. Se fatto bene in redazione si fa copia e incolla. Si può fare in doc e pdf. Il comunicato, venti righe pensate per chi legge che deve capire subito. Evitare allegati pesanti. Non mandate nulla alle 12,00. Dalle 19,00 in redazione c’è un’atmosfera elettrica. Le frasi standard vanno evitate. Tagliere le banalità. Evitare i toni gergali e le sigle. Traducete! Nella fretta e nella pigrizia si annidano gli errori. Domandatevi…sono stato chiaro? Il comunicato non è un bene durevole. Evitate parole inglesi che la gente non capisce, come vision, mission, location. Domandate prima alle redazioni, in che orario è meglio fare una conferenza stampa. Evitate sovrapposizioni di altri eventi. I giornali non hanno troppe persone da mandare in giro. Se arrivate tardi vi mandano alla conferenza stampa di un argomento economico quello che segue il rugby. Prima regola: non credete mai ai giornalisti. Il committente di un ufficio stampa vuole solo che si parli bene di lui. Stupidi non ci sono più di tanto in giro. Ci tocca affrontare l’umorismo nero dell’utente danneggiato. Quando c’è una nevicata si scrive male a prescindere di chi stia gestendo l’emergenza in città. L’ufficio stampa ha il compito di creare l’immagine positiva che è la somma algebrica dei vantaggi. Nel caso dell’effetto neve, l’ufficio stampa deve “venedere l’immagine di efficienza”. Spiegare al committente che non conta “finire sul giornale”, ma gestire le criticità che vuol dire informare usando la frequenza nella presenza. E’ importante esserci in modo sistematico, sfruttando la tecnica pubblicitaria. Traffico di messaggi. Cosa faccio, cosa non faccio e perchè. Reazione – > spiegazione – > informazione trasparente sistematica che deve saper parlare delle criticità. NO silenzio stampa! Tacendo non si impedisce al giornalista di parlare. Il segreto è sempre rispondere, qualche informazione va sempre data. Nel traffico di informazioni ci sono sempre degli incidenti. Il contesto attuale è fatto di informazioni superficiali. Le smentite vanno fatte con accortezza. La smentita è la notizia data due volte. La smentita è la trappola in cui vi spingono ad entrare per offrire un maggior volume di esposizione negativa. L’arma della smentita è da curare sempre con riguardo. Non una replica, ma una nuova notizia in cui il fatto può essere richiamato per dare la propria versione dei fatti. La smentita quando è proprio strettamente necessaria va riservata nella forma canonica e va usata solo quando c’è grave degenerazione dell’immagine, per cui va fatta solo in casi molto particolari. La notizia è superficiale. Il giornale non si legge, si sfoglia. Caso a parte nel panorama nazionale è lo sport. cartello affisso sul bancone dei gelati di un bar. “chi legge la Gazzetta dello Sport per più di 5 minuti è pregato di leggerela ad alta voce!”. Quando si scrive un pezzo in qualsiasi contesto deve esserci una testa, un corpo e i piedi. Scrivete con sentimento, con il cuore. Il lettore deve capire la notizia e come si sono svolti i fatti in modo da avere un meccanismo perfetto. No banali, no leggeri, no presuntuosi. L’inizio è fondamentale. Se cadete nell’inizio non vi segue più nessuno. Il lettore deve essere trascinato dall’inizio. All’inizio era la parola. L’importante è che la gente si emozioni. Portatevi appresso il lettore con l’incipit. A noi giornalisti Narciso ci fa un baffo. Il nostro è un mestiere di vanesi. Leggete quello che scrivono gli altri, quelli bravi. Nell’intervista, come nell’articolo non cadete nella tentazione tipica del giornalista. Quella di diventare protagonista del pezzo, dell’intervista. Asciuttezza, non freddezza. Attenzione al virgolettato! Va messo sempre. Domande secche, una, due, tre parole, non di più. Mai cambiare quello che vi viene detto. Pochi giri di parole. No sospensioni. Serve la sintesi. I punti non sono coriandoli. Siate testimoni non protagonisti. Scrivete in modo semplice, soggetto, verbo e complemento oggetto. Aggettivo, uno, se necessario.

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